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Ricevo e pubblico con molto piacere.
Mi chiamo ****** e ho quasi trentacinque anni. Ho incontrato mio marito quando abitavo in ******: entrambi poco più che ventenni, belli, di buona famiglia e con buona istruzione alle spalle. Ci siamo innamorati e poi sposati. Io dell’Islam conoscevo tutto e non ne sono mai stata affascinata, (…) ma ho avuto modo di conoscere e frequentare anche il mio fidanzato, la sua famiglia e l’ambiente in cui è cresciuto, e la bilancia pendeva dalla sua parte. (…)
Leggo di molte italiane sposate a musulmani che sproloquiano di integrazione quando in realtà si potrebbe dire che i loro mariti hanno imparato a comportarsi civilmente. Non sei integrato semplicemente perché parli con noi infedeli senza sputarci addosso o perché ogni tanto ti fai un goccetto e una fetta di salame! Mio marito è integrato perché ha imparato ad amare la vita, ad amare e cercare con tutto se stesso il bello. E’ integrato perché vuole la migliore istruzione per i propri figli e vuole che crescano autonomi e felici, capaci di decidere per loro stessi. Mio marito è integrato perché ha capito cosa voglia dire essere liberi: di esprimersi, di decidere cosa voler mangiare e bere (ora è vegetariano!), di informarsi, di farsi un’opinione politica, di viaggiare, di credere o meno, di ascoltare e fare musica, di frequentare chi gli pare. Mio marito è integrato perché quando lo mando affanculo, lui mi manda affanculo, non mi tira uno schiaffo né mi “accarezza con un siwak”.
Quando alla televisione vede che dei bimbi muoiono per una catastrofe gli viene il magone sia che siano morti a Genova sia che siano morti a Van. E, care le mie matrone, è integrato perché quando legge le vostre cagate gli viene da bestemmiare. Sa che ogni vostra sparata si ripercuote su di lui, sui nostri figli. Grazie a fanatici come voi, i miei figli resteranno sempre dei figli di immigrato, dei “marocchini”. Ha capito che non tutti gli italiani sono razzisti perché ci si sono svegliati una mattina, ma perché ce li avete portati voi a diventarlo. Voi, specialisti della truffa allo Stato Sociale, ipocriti e invidiosi. Il vostro peccato più grande è odiare la vita, il regalo più bello e immeritato che il vostro allah vi ha donato, è rifiutare e rendere sporco tutto ciò che porta gioia. E non venitemi a raccontare che voi vi innalzate al cielo perché vi pulite il culo con la mano sinistra perché qualcuno “che sa” ve l’ha svelato. Cristo, siate seri. Io vi odio con tutto il mio cuore perché E’ odio, ciò che sapete diffondere, altro che da’wa. E questo odio poi se lo deve ingoiare mio marito quando nella porta del cesso di dove lavora trova scritto “a casa musulmani di merda”. E’ come se lo scriveste voi. So che questo mia lettera aperta, questo sfogo, non porterà a niente. Rimbalzerà come una pallina da tennis contro ad un muro.
Di gente così come voi mai ne ho incontrata, grazie a dio, e spero di non doverne mai incontrare. E siccome so che noi mogli di arabi siamo una preda succulenta e che potremmo farvi guadagnare un gradino sul podio della ummah se ci convertissimo vi dico già di stare alla larga da me, e soprattutto dai miei figli. (…) Ho sentito l’esigenza impellente di farmi sentire per rendere giustizia a mio marito e ai miei figli, i primi a pagare per colpa di questi odiatori di professione. Per far sapere ai nostri connazionali che, in pochi probabilmente, ma che ci siamo anche noi. Tra l’incudine e il martello. E che soffriamo nel sentirci associati nostro malgrado a certo marciume ma che speriamo sempre che ci sia quell’intelligenza che faccia comprendere che siamo diversi. Lo spero per i miei figli.






























